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| Venezia 2009: "Capitalism: A love story" di Michael Moore (Usa 2009) |
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| Scritto da Agente del Caos | ||||||||
| Lunedì 07 Settembre 2009 13:58 | ||||||||
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Vent'anni dopo il suo film d'esordio, Roger & Me, Michael Moore torna a parlare di grande crisi economica. Questa volta però la dimensione del disastro non si limita più alla semplice città di Flint (Michigan), dove Moore documentò la chiusura della fabbrica "General Motors" e la conseguente morte economica della sua cittadina natale. La nuova crisi è globale e produce disastri di tali proporzioni da rimanere nelle pagine di storia. Nel suo viaggio visivo nel mondo della globalizazzione e del consumismo Moore identifica nel capitalismo il vero cancro della democrazia. Comincia tutto con un discorso di Jimmy Carter, Presidente democratico di un'America del passato, un monito agli eccessi del consumismo ed alla pericolosa avidità come effetto collaterale del capitalismo sregolato. Si passa subito dopo alla figura di Ronald Reagan, dalla sua icona cinematograficaa quella da carosello, adesiva alla volontà delle multinazionali che lo finanziavano, fino alla sua immagine di Presidente repubblicano ed alla rivelazione degli uomini chiave delle grandi banche che lo manipolarono e che lo portarono a sviluppare quelle riforme legislative ed economiche che Moore riconosce come effetti scatenanti della crisi economica di oggi.
Moore esplora la costituzione americana di Washington comparandola con il programma politico di Roosvelt, arrivando alle conclusioni di Marx senza scomodare il comunismo o il socialismo ma semplicemente evocando i grandi fondatori degli Stati Uniti ed i principi basilari della democrazia. Il lavoro di Moore dimostra inoltre ed indirettamente che la crisi della sinistra italiana è più di carattere semantico che di sostanza, anche se il primo difetto insormontabile di questa crisi consiste nell'inesistenza di leader in grado di sostenere nei fatti i vaolori di una democrazia socialista. Moore, cadendo occasionalmente nell'inevitabile ingenuità americana, racconta le colpe delle banche, delle multinazionali e del sistema politico, che ha dimenticato i valori della democrazia per assecondare quelli del capitalismo. Moore, con un documentario avvincente, anche se forse troppo lungo riesce a dimostrare, carte alla mano, che un lavoratore oggi vale più da morto che da vivo e che il sistema matematico di Wall Street non è altro che un grandissimo casinò globale. Si sofferma sulla figura di Obama e sulla speranza che questo nuovo volto della politica evoca, senza però dimenticare di elencare con risolutezza e serenità le multinazionali che hanno finanziato la sua campagna elettorale. Un bel film che aiuta a capire con leggerezza e divertimento alcuni meccanismi chiave del mondo politico ed economico e che in nessuna maniera lancia lo spettatore nello sconforto invitandolo invece alla lucidità ed al senso critico verso il sistema che ci governa. Daniele Clementi.
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