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| La memoria incompleta |
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| Scritto da Gabriele | ||||||||||||||
| Giovedì 04 Febbraio 2010 07:42 | ||||||||||||||
Mai avrei pensato di rimanere un po' amareggiato dalla commemorazione della "giornata della memoria" tenutasi nella mia città. Non perché non sia stata messa in risalto la brutalità messa in atto nei campi di sterminio, l'infima bassezza a cui è arrivato l'uomo e la necessità che queste atrocità non si ripetano più. Sia le autorità che gli studenti delle scuole che sono intervenute sono stati ineccepibili sul piano del significato del 27 gennaio. Ciò che mi ha fatto riflettere è proprio un'incompletezza preoccupante sul versante storico. In tutti gli interventi, giustamente, sono stati citati i nazisti, i tedeschi, Hitler, gli ebrei, i deportati. Non sono state mai nominate, nel corso della commemorazione, le parole "fascisti" (neppure come desinenza di "nazifascisti"), "leggi razziali", "gerarchi", "delatori". Nulla che potesse in qualsiasi misura ricordare le colpe italiane, di regime e di popolo, per quanto concerne non solo la guerra ma anche le deportazioni nei lager. "Italiani brava gente" è stata una filastrocca che ci ha accompagnato per anni. Finchè era una vulgata, era arduamente digeribile, ma il fatto che la smemoratezza collettiva sia istituzionalizzata e soprattutto sia dominante nel mondo della scuola non può essere accettato. La Shoah è il risultato finale della aberrante teoria sulla supremazia razziale. Viene resa chiara questa contestualizzazione ai giovani? E viene reso chiaro soprattutto che la stragrande maggioranza dei nostri connazionali di settanta anni fa professavano convintamente questa fede atroce? Nell'ultimo libro di Gian Antonio Stella, "Negri Froci Giudei &Co.", vengono raccolte testimonianze sulle caramelle che i bravi italiani hanno distribuito in Africa. Vincenzo Biani, aviatore in Libia nel 1934, racconta nel suo diario un bombardamento sui civili: "Uomini, donne, cammelli, greggi, con quella promiscuità tumultuante che si riscontra solo nelle masse sotto l'incubo del cataclisma; una moltitudine che non aveva forma, come lo spavento e la disperazione di cui era preda; e su di essa piovve, come gettate di acciaio rovente, la punizione che meritava. Quando le bombe furono esaurite, gli aereoplani scesero più bassi per provare le mitragliatrici. Funzionavano benissimo. Nessuno voleva essere il primo ad andarsene, perché ognuno aveva preso gusto a quel gioco nuovo e divertentissimo. E quando finalmente rientrammo a Sirte, il battesimo del fuoco fu festeggiato con parecchie bottiglie di spumante. In tutto il vasto territorio compreso tra El Machina, Nufilia e Gifa, i più fortunati furono gli sciacalli che trovarono pasti abbondanti per la loro fame". Lo storico Angelo Del Boca fa riferimento all'archivio fotografico di Addis Abeba: "Ci sono, a centinaia, le immagini con forche di ogni tipo, con appesi uno o più cadaveri. Spesso i carnefici italiani si fanno fotografare in posa dinanzi alle forche o reggendo per i capelli le teste mozzate dei patrioti etiopici. In alcune foto gli aguzzini innalzano le teste recise su picche. In altre le fanno rotolare fuori da un cesto. In altre, ancora, le espongono in mostra su un telone, quasi fossero oggetti da baratto. Un sorriso incerto, impacciato, è stampato sul volto di questi militari, che la propaganda fascista indica come portatori di civiltà e di benessere. Ma ciò che sorprende di più è il pieno consenso espresso dai volti di chi circonda gli aguzzini. Come se questi macabri spettacoli costituissero un rito quotidiano, naturale, scontato. In realtà, in quel loro crudele esibizionismo c'è soprattutto il disprezzo per le popolazioni indigene che essi ritengono socialmente e culturalmente inferiori". Dordoni, un testimone, racconta che cosa fecero i coloni dopo l'attentato a Graziani: "In genere davano fuoco ai tucul con la benzina e finivano a colpi di bombe a mano quelli che tentavano di fuggire ai roghi. Molti di questi forsennati li conoscevo personalmente: erano commercianti, autisti, funzionari, gente che ritenevo serena e del tutto rispettabile. Gente che non aveva mai sparato un colpo durante tutta la guerra e che ora rivelava rancori ed una carica di violenza insospettati." Singolare ed allo stesso tempo meritorio, che in mezzo ad una perdurante incompletezza della memoria, vi sia chi raccoglie queste ed altre testimonianze e prova a renderci un po' più consapevoli.
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